Sul coraggio.

E' probabilmente una questione di DNA, ma preferisco credere che sia una caratteristica che si possa acquisire e coltivare con il tempo.

Avere coraggio, nella vita, è tutto. Anche nella vita professionale. Oggi il mondo del lavoro offre opportunità incredibili: la crisi economica appena passata ha stravolto le regole del gioco.

Il digitale avanza senza sosta e senza guardare in faccia nessuno: questo significa che oggi esistono lavori che una volta non c'erano, significa che non ci sono più lavori che una volta c'erano, significa che tra 15 anni scompariranno alcune professioni e ne nasceranno altre.

Questo lo sappiamo. Ma noi, generazione X, Y, Z, cosa facciamo? Chi, come me, è nato negli anni 70, ha vissuto e visto un cambiamento incredibile, irripetibile.

In questo veloce processo di trasformazione del mondo del lavoro, non solo le persone cambiano. Anzi, cambiano perché cambiano le aziende. Le organizzazioni cercano nuovi modelli, selezionano, innovano, sbagliano, correggono.

La competizione imposta da un mercato che è diventato globale, anche grazie al digitale, impone alle imprese di correre più velocemente. E questa corsa non è sempre indolore: spesso lascia sul terreno professionalità non più funzionali, cercando nuovi talenti.

Anche per questo ci vuole coraggio. Reinventarsi un lavoro, si dice. Ma non è così semplice la questione. Chi in azienda deve cambiare, deve avere coraggio. Chi subisce il cambiamento, deve avere coraggio. Chi cerca nuove opportunità deve avere coraggio.

Perché ripartire facendo un passo indietro è più difficile che partire tutti allineati dalla linea dello start.

Bisogna trattenere il fiato, chiudere gli occhi, concentrarsi e... correre.

Che, tradotto in ambito professionale, può voler dire imparare, testare, analizzare e... correre per vincere.

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